VALUTAZIONE DELL’AMBIENTE
L’illuminazione
Una illuminazione impropria è uno dei fattori responsabili di una visione non confortevole. É necessario avere un’adeguata illuminazione sia come quantità che come qualità. La posizione della luce nella stanza è molto importante, non deve riflettere su oggetti o su pareti, la giusta situazione di illuminazione si ha quando l’oggetto illuminato ha un costante contrasto.
Contrasti differenti in ambiente provocano un abbagliamento, perciò è indispensabile mantenere contrasti stabili sia nella stanza che sulla stazione di lavoro. L’illuminazione deve essere maggiore sulla stazione di lavoro in quanto nella visione da vicino subentra un restringimento della pupilla.
É utile non avere riflessi derivanti da luce mista, come ad esempio le finestre che permettono il passaggio della luce solare. Bisogna evitare anche la luce diretta sugli occhi sia da parte della finestra che dell’illuminazione artificiale. La soluzione migliore è di usare luce indiretta dove la riflessione avviene su un angolo ampio. Un metodo, per evitare i riflessi provenienti dalle luci posizionate sul soffitto, è quello di indossare un visore, equivalente ad un frontino semitrasparente. Se la superficie del tavolo di lavoro è riflettente, si consiglia di appoggiare oggetti per renderla meno riflettente. Un altro suggerimento è quello di cambiare la disposizione del cono di luce prodotto dalle lampade da pavimento.
Le sorgenti luminose artificiali devono essere poste lateralmente al posto di lavoro, incassate o dotate di una griglia a nido d’ape.
Nello spazio fissato durante il proprio lavoro, detto “campo visivo professionale”, la radiazione luminosa deve essere più omogenea possibile. Ogni punto dello spazio emette verso il mio occhio una quantità di luce diversa (foto 3).

L’unità di misura della radiazione luminosa è la candela su metro quadro (cd/m2 ).
Per minimizzare i problemi legati alle interferenze fra sorgenti luminose diverse bisogna porre attenzione ai fattori di riflessione:
- 70% per il soffitto
- 40-60% per le pareti
- 40% per il banco di lavoro
- 30-50% per il pavimento.
La superficie vetrata non deve superare il 25% della superficie totale e le sorgenti luminose vanno poste al di fuori del campo visivo dell’operatore.
È importante l’illuminazione ambientale dipendentemente dal lavoro eseguito: la segretaria che deve leggere documenti e batterli al computer, guardando raramente il video, necessita di ottima illuminazione ambientale. Il programmatore che guarda il video di continuo, può, al contrario, lavorare al buio, perché ogni fonte di luce aggiuntiva potrebbe dar fastidio.
Per valutare il problema della luminosità, per esempio, si usa uno strumento specifico: il luminanzometro. Questo strumento valuta il campo visivo professionale, l’insieme dei punti nello spazio che il lavoratore fissa durante la sua attività.
Attraverso la “fotometria ambientale”, invece, si valuta quante candele al metro quadro arrivano agli occhi dal campo visivo professionale. In pratica, con lo strumento citato si misura quanta luce arriva agli occhi dalle varie fonti di impegno oculare, in quanto non ci deve essere squilibrio tra la quantità di luce che arriva da queste fonti e quella che arriva dalla fonte di illuminazione ambientale (es. lampada): il massimo rapporto consigliato tra fonti di luce diverse è 1:20. Se così non fosse, si interviene come prevenzione schermando la fonte di luce o riducendone l’intensità.
AGENTI CHIMICI
Sono molte le sostanze chimiche presenti e che si possono disperdere in un ufficio. Per esempio l’inchiostro del toner, la colla sotto il linoleum, le vernici sulle pareti, le colle delle tappezzerie, l’urea e la formaldeide nei laminati plastici (diffusi nei mobili, scaffali, tavoli da ufficio). La formaldeide è la sostanza, in assoluto, più irritante per la superficie oculare.
Infine, bisognerà prendere in considerazione anche gli agenti microbici. Le tastiere e gli schermi dei videoterminali sono ricettacolo di polvere e di molteplici microrganismi, anche di origine fecale, per la scarsa igiene in bagno.
Pertanto, l’astenopia occupazionale può essere dovuta, caso per caso, paziente per paziente, ad uno o più di tutti questi fattori di rischio sopraindicati. Occorre indagare a fondo tutti questi aspetti o si rischia di fare una valutazione parziale e di non risolvere il problema nel tempo. La difficoltà nella valutazione della astenopia occupazionale è proprio legata al fatto che le potenziali cause sono molteplici e diverse in ogni caso.
BIBLIOGRAFIA
- Miglior M.: Oftalmologia Clinica. Monduzzi Editore, 2006.
- De Gennaro M., Buongiorno V.: Ergoftalmologia: oftalmologia preventiva, sociale e del lavoro. Edizioni Scientifiche, 1981.
- Decreto Legislativo n. 81 del 9 Aprile 2008.
- Buratto L.: L’occhio, le sue malattie e le sue cure. Sprinter, 2010.
ICONOGRAFIA
Foto tratte da: https://pixabay.com/it/